20/12/2022
LA VITA E COME LA MARATONA

Ormai è quasi una tradizione, che anche in questa occasione non è stata tradita. Da qualche anno, infatti, la consegna dei premi agli studenti “eccellenti”, figli di soci di BCC Patavina, segue di pochi giorni la proclamazione dei vincitori del “Premio Geremia”, il riconoscimento assegnato a “scrittori del mondo dello sport”, voluto da Ascom Padova, con il sostegno della Banca. L’Aula Magna, quindi, quest’anno ha ospitato Francesca Porcellato, atleta paralimpica plurimedagliata, che ha dialogato con l’imprenditrice Silvia Dell’Uomo.

A un certo punto, quasi al centro della sua biografia (“La rossa volante”, edito da Baldini+Castoldi), una frase, che è quasi una confessione, irrompe prepotentemente: “Le ho provate tutte, ma da sempre ho la mia preferita. Quando corro una maratona, mi sento a casa. Quando vivo una maratona, sono davvero me stessa”. Poco oltre, il racconto di una competizione a Firenze: “La conferma che la mia strada sportiva sarebbe stata la resistenza. Trovai nella maratona l’esaltazione massima del rapporto tra l’essere umano e l’attività sportiva. La maratona sei tu. Ci vuole fisico, naturalmente, ma senza la testa non sei in grado di gestire la crisi”. In fine, ai margini della durissima prova di Cesano Boscone: “La maratona è esattamente questo. Non accettare mai il concetto di resa. Spostare in avanti di un centimetro, di un metro, di un chilometro alla volta, la personale capacità di resistenza, della propria mente e del corpo”.

La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché un’atleta come Francesca Porcellato, che ha vinto tutto nelle corse veloci, nello sci di fondo, nella handbike, sceglie la maratona?

“Perché in quei 42 chilometri non ci sono alibi, non ci si può appellare a nessuno. Si è soli, con se stessi e con i propri limiti. Allora viene fuori chi veramente chi sei, quanta forza hai nei muscoli ma anche nella testa. Quella corsa è lunga, estenuante, non ammette alibi o incertezze. Bisogna essere testarde e pazienti: un metro dopo l’altro, anche quando si ha l’impressione di non farcela. Una prova di resistenza, ma anche di coraggio; un po’ come la vita, insomma”.

Eppure si potrebbe pensare che l’euforia di uno sprint possa essere più accattivante…

“Sono due cose diverse, che esigono anche un approccio e una concentrazione differenti. Ma la maratona resta la verifica per eccellenza”.

Di fronte alla platea dei giovani studenti “eccellenti”, Francesca non fa sconti e parla dell’esistenza come di una prova di tenacia, di capacità di soffrire, di volontà ferrea nel non mollare mai.

Silvia Dell’Uomo fa l’imprenditrice, un mestiere diverso, ma non ha dubbi. “Perfettamente d’accordo. Solo nella durezza della prova possiamo veramente far capire chi siamo. Sto anch’io dalla parte della maratona”.

Una visione cattiva, dura, della vita, in cui la volontà a sembra valere più di ogni altro fattore…

“Non è proprio così; – spiega Francesca – serve anche la qualità che deriva dalla programmazione, dall’organizzazione, perfino dalla studio. Non si può affrontare nessuna prova senza l’adeguata preparazione”.

Forse per questo, quando nel suo libro racconta dei frequenti incontri con i ragazzi nei banchi di scuola, parla della paura che scorge spesso negli occhi dei ragazzi.

“Quello che mi sorprende di più è il fatto che molti giovani vivano il timore come una vergogna. Non c’è nulla di più sbagliato: la paura è umana; soprattutto è un grande stimolo per andare oltre, per superare le difficoltà. Ve lo dice una che, motivi per essere timida e spaventata, ne aveva veramente molti”.

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